«Non puoi capire l'intelligenza artificiale guardandola da un posto solo. Perché la stessa parola, da due parti del mondo, accende sentimenti opposti.»
— Simone Pieranni
Shanghai, agosto 2019, conferenza mondiale sull'intelligenza artificiale. Sul palco siedono Elon Musk e Jack Ma, allora l'uomo più ricco della Cina. Dovrebbero parlare di futuro, ma è chiaro fin da subito che non si capiscono, e non per via della lingua. Musk è spaventato: con l'AI, dice, è in gioco la sopravvivenza della specie. Jack Ma lo osserva quasi infastidito da tutto quell'allarmismo, perché per lui l'AI è una buona notizia, una cosa che gli esseri umani hanno fatto e che gli esseri umani sapranno gestire.
Quella distanza nasce, almeno in parte, da una parola. Noi diciamo intelligenza «artificiale», e «artificiale» sa di finto, di alieno, di qualcosa arrivato da fuori. In cinese, invece, si dice altrimenti:
人 è la persona, 工 è il lavoro, 智能 è l'intelligenza: alla lettera, non «artificiale», ma opera dell'uomo, frutto del lavoro umano. Non un mostro che irrompe da fuori, bensì il prolungamento di ciò che facciamo. La paura di Musk sta tutta dentro la nostra parola; l'ottimismo di Jack Ma sta comodo dentro la loro.
Qualcosa di estraneo, calato dall'alto. La si teme o la si venera, ma resta «altro» da noi.
Un prolungamento del nostro lavoro. Una cosa nostra, concepibile, con cui convivere.
Il filosofo Yuk Hui, in Cosmotecnica, fa un passo oltre: la tecnica non è mai neutra, perché porta sempre dentro una visione del mondo. L'errore dell'Occidente, sostiene, non è avere «la tecnica sbagliata», ma essersi dimenticato che la propria è una scelta, e non la verità universale. Come esiste una biodiversità, dovrebbe esistere una tecnodiversità: una pluralità di modi di pensare cosa sia una macchina, e quale posto spetti a noi accanto ad essa.
Qui scatta una trappola, e non ci caschiamo. Dire «i cinesi non temono l'AI perché sono spiritualmente predisposti, hanno il Dao e Confucio» è una favola comoda: si chiama essenzialismo, ed è orientalismo travestito da complimento. Quell'ottimismo non sgorga da un'anima eterna, ma da una storia precisa (una lingua, una lunga tradizione di stato e di burocrazia) e da uno Stato che ha fatto dell'AI una bandiera di riscatto nazionale, propaganda compresa. Le differenze sono reali, ma sono databili: prodotto di scelte e di vicende, non di un'essenza immutabile.