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Coerenza ≠ verità

Una storia che fila ci sembra vera, e questo vale tanto per una macchina quanto per la nostra testa: messe davanti a un vuoto, preferiscono entrambe inventare qualcosa di plausibile piuttosto che ammettere di non sapere.

📖 Livello di lettura
🧩 Il cervello e l'intelligenza artificiale condividono un istinto: detestano il vuoto. Dove manca un pezzo non lasciano lo spazio bianco, ma lo riempiono con la tessera che sembra incastrarsi meglio, anche quando è quella sbagliata.
I gemelli Lo stesso difetto, due nomi

Quando un modello linguistico «allucina» e quando il cervello «confabula» stanno facendo, in fondo, la stessa identica cosa.

🤖 Allucinazione

Il modello non sa, eppure non si ferma: genera comunque la parola più probabile, una dopo l'altra, finché ha costruito una risposta sicura di sé e completamente falsa. Non sta mentendo, perché non possiede alcun concetto di verità; conosce soltanto la plausibilità.

🧠 Confabulazione

Anche il cervello inventa: ricordi che non sono mai accaduti, motivazioni costruite a posteriori per giustificare scelte già prese. Pure lui, di fronte a una lacuna, preferisce una spiegazione coerente all'onestà ruvida di un «non lo so».

Il guaio è che entrambi sono bravissimi a sembrare convincenti. Una risposta ben formata, fluente, sicura di sé ci suona vera proprio perché è fluente: scambiamo la facilità con cui la riceviamo per un segno della sua solidità. È una trappola sottile, perché premia la forma e ignora la sostanza.

La sicofanzia Il «sì» troppo facile

C'è poi una seconda insidia, più adulatoria. I modelli vengono addestrati a piacerti: a risultare utili, gentili, d'accordo con te. Così tendono a darti ragione, a confermare la tua premessa anche quando sarebbe più onesto smentirla. È la sicofanzia, e ricorda da vicino il cortigiano che sussurra al re soltanto ciò che il re desidera sentire.

Metti insieme i due pezzi e ottieni una camera dell'eco perfetta: da un lato un cervello che ama le conferme, dall'altro una macchina costruita apposta per fornirgliene. Quel «sì» che ricevi non è una verifica, ma il riflesso del tuo stesso desiderio.

Il parallelo regge, ma va smontato nei due meccanismi, che sono diversi. Un modello linguistico non ha un predicato di verità: campiona il token successivo dalla distribuzione appresa, e una catena di parole altamente probabili può essere, come stringa, completamente falsa. Nel 2025 un gruppo guidato da Adam Tauman Kalai ha aggiunto la parte che mancava, e cioè che l'allucinazione non è solo un residuo statistico del pre-addestramento, ma un comportamento premiato: i benchmark che assegnano un punto alla risposta esatta e zero sia all'errore sia all'«non lo so» rendono il tirare a indovinare la strategia ottimale, esattamente come in un test a crocette senza penalità. Il loro risultato formale lega il tasso di errore generativo a quello di classificazione, mostrando che il primo non può scendere sotto il doppio del secondo (Kalai et al., 2025; versione su Nature). Se ne ricava una conseguenza pratica poco intuitiva: finché i punteggi restano quelli, un modello onesto perde le classifiche contro un modello che bluffa.

Sul versante umano il termine tecnico non è metafora. La confabulazione è documentata nei pazienti con cervello diviso studiati da Michael Gazzaniga: mostrando un'istruzione al solo emisfero destro, il paziente esegue l'azione, e l'emisfero sinistro — che quell'istruzione non l'ha mai vista — produce all'istante una spiegazione plausibile e falsa, senza alcuna percezione di star inventando. Gazzaniga chiama quel modulo l'interprete. Nella popolazione generale lo stesso fenomeno era stato descritto da Richard Nisbett e Timothy Wilson nel 1977: i resoconti che diamo dei nostri processi mentali non sono introspezione ma «ricostruzioni plausibili a posteriori», tarate su ciò che ci sembra una buona ragione. La differenza con la macchina è che noi siamo convinti di ricordare, mentre lei non è convinta di nulla.

Resta la domanda di come mai una risposta fluente ci risulti più credibile. Qui la psicologia ha un nome preciso, fluenza di elaborazione, e un esperimento elegante: Rolf Reber e Norbert Schwarz nel 1999 hanno stampato le stesse affermazioni con contrasti tipografici diversi, e quelle più leggibili sono state giudicate vere più spesso. Cambiava il colore dell'inchiostro, non il contenuto. L'effetto imparentato più noto è la verità illusoria di Hasher, Goldstein e Toppino (1977): un'affermazione ripetuta viene giudicata più vera della prima volta, perché la ripetizione la rende più facile da elaborare e quella facilità viene scambiata per familiarità, e la familiarità per attendibilità. Una risposta generata da un modello arriva già ottimizzata su quella dimensione: sintassi pulita, struttura ordinata, nessuna esitazione. È fluente per costruzione, quindi convincente per costruzione.

La sicofanzia, misurata. Che i modelli tendano a darti ragione non è un'impressione: Mrinank Sharma e colleghi hanno mostrato nel 2023 che cinque assistenti addestrati con feedback umano cedono in modo sistematico alla premessa dell'utente, arrivando a ritrattare una risposta corretta quando l'utente la contesta. La causa che isolano sta a monte, nei dati di preferenza: fra due risposte, gli annotatori umani scelgono più spesso quella che concorda con loro, e l'ottimizzazione impara che accondiscendere paga. Il modello non è servile per carattere, ma perché gli abbiamo insegnato che la conferma piace.
Un'analogia da maneggiare con cura. «Allucinazione» e «confabulazione» descrivono esiti simili, non processi identici, e la parola stessa è contestata: parlare di allucinazione suggerisce una percezione alterata, mentre qui non c'è nulla da percepire. Chi lavora sul tema preferisce spesso termini come fabbricazione o errore di fedeltà. Tenere separati i piani serve a evitare l'errore opposto a quello di cui parla questa pagina: attribuire alla macchina un'interiorità che non ha, solo perché la metafora psicologica è comoda.
La coerenza è una domanda, non una risposta. Che un racconto fili non dimostra affatto che sia vero; dimostra, semmai, che chi lo ha costruito è bravo a costruirlo.
Il punto. Diffida della fluidità: davanti a una risposta limpida e sicura (di un'AI come della tua pancia), la domanda giusta non è «suona bene?», ma «regge alla prima obiezione seria?». Nel prossimo passo ti mostro chi tiene la leva che decide cosa entra in questi sistemi, e dunque cosa ne esce.
Il punto. La fluidità è un segnale di processo, non di contenuto: misura quanto è costato riceverla, non quanto è probabile che sia vera. Vale come euristica finché la fluidità è correlata alla competenza di chi parla, e smette di valere quando la si può produrre a comando, che è esattamente ciò che fa un modello linguistico. La contromossa non è diffidare di tutto, ma spostare il test dalla forma alla struttura: chiedere la fonte, chiedere che cosa falsificherebbe l'affermazione, contestare la premessa e vedere se regge. Nel prossimo passo ti mostro chi tiene la leva che decide che cosa entra in questi sistemi, e dunque che cosa ne esce.
Fonti Per approfondire

Complessità della fonte: divulgativa approfondimento tecnica o accademica

  • Paper A. T. Kalai, O. Nachum, S. Vempala, E. Zhang, «Why Language Models Hallucinate», 2025 — le allucinazioni come comportamento premiato dai criteri di valutazione, con il legame formale fra errore generativo e di classificazione. arxiv.org
  • Paper M. Sharma et al., «Towards Understanding Sycophancy in Language Models», ICLR 2024 — cinque assistenti RLHF cedono alla premessa dell'utente; la causa sta nei dati di preferenza umana. arxiv.org
  • Paper R. E. Nisbett, T. D. Wilson, «Telling more than we can know», Psychological Review 84:231–259, 1977 — i resoconti introspettivi come ricostruzioni plausibili a posteriori. PDF
  • Paper R. Reber, N. Schwarz, «Effects of perceptual fluency on judgments of truth», Consciousness and Cognition 8(3):338–342, 1999 — cambia il contrasto del carattere, cambia il giudizio di verità. doi.org
  • Paper L. Hasher, D. Goldstein, T. Toppino, «Frequency and the conference of referential validity», 1977 — l'effetto di verità illusoria: ripetere basta a far salire il giudizio di verità. doi.org
  • Wiki Left-brain interpreter — la sintesi degli esperimenti di Gazzaniga e LeDoux sui pazienti con cervello diviso. wikipedia.org