Cambia ciò che entra e cambierà ciò che esce: vale per un modello, che obbedisce al prompt, e vale per te, che reagisci al modo in cui le cose ti vengono presentate. Chi disegna l'input tiene in mano la leva.
Un modello linguistico lo si pilota col prompt: lo stesso motore, istruito in modo diverso, diventa un assistente compito o un provocatore, un consulente prudente o uno spavaldo. È quello che gli addetti ai lavori chiamano steering, e descrive bene chi tiene il guinzaglio.
La tua testa non è poi così diversa. La stessa persona, di fronte alla stessa offerta inquadrata in due modi, decide in due modi: «il 90% sopravvive» rassicura, «1 su 10 muore» spaventa, eppure è il medesimo numero. Non cambia il motore, cambia l'inquadratura; e l'inquadratura, quasi sempre, la sceglie chi parla per primo.
Torna qui la domanda lasciata in sospeso all'inizio della sezione. Il feed decide cosa vedi, e di fronte a questo potere abbiamo due possibilità: trattarlo come il meteo, una forza di natura a cui adeguarsi senza fiatare, oppure studiarne le regole e imparare a piegarle un poco a nostro vantaggio.
È esattamente ciò che fa l'algospeak. Per sfuggire ai filtri automatici che tagliano o demonetizzano certe parole, gli utenti ne inventano altre in codice, una lingua parallela che dice la stessa cosa restando invisibile alla macchina.
Non è vandalismo, ma una piccola riconquista di libertà: il rifiuto di essere soltanto ciò che l'algoritmo permette di dire. C'è però l'altra faccia, e va guardata in faccia: se conoscere la leva dà potere a te, ne dà molto di più a chi controlla l'input su scala: le piattaforme, gli inserzionisti, chi fa propaganda. La risposta non è la paranoia, ma una domanda da tenere sempre accesa: chi ha inquadrato questo, e cosa ci guadagna?