C'è una frase che vale la pena tenersi accanto, perché è scomoda e illuminante allo stesso tempo. Capirla davvero è il modo per adattarsi a ciò che cambia senza smarrire noi stessi.
La tecnica non chiede il permesso. Quando una cosa diventa possibile, tende prima a diventare normale e poi, in fretta, quasi obbligatoria. L'automobile non si è limitata a spostarci: ha rifatto la città a propria immagine, larga di strade e di parcheggi. Lo smartphone non ci ha solo connessi: ha reso l'essere sempre raggiungibili la condizione di base, al punto che oggi spiegare perché non rispondi è più faticoso che rispondere. E l'intelligenza artificiale, a sua volta, che cosa renderà normale di ciò che oggi ci sembra ancora una scelta?
Il rischio è leggere quella frase come una resa: se è possibile, allora è destino, e a noi non resta che adeguarci. Ma «imporre» descrive una pressione, non una catena. Il possibile esercita una forza, una corrente che ti spinge in una direzione; non per questo abolisce la scelta, a meno che non sia tu a consegnargliela. La differenza tra subire la corrente e nuotarci dentro con una rotta sta tutta nel pensarci.
Davanti a ogni nuova tecnica si aprono tre strade. Le prime due si somigliano più di quanto sembri: entrambe rinunciano a decidere.
Rifiutare in blocco: si perdono i vantaggi e, soprattutto, la voce in capitolo su come la tecnica verrà usata.
Accettare tutto senza filtro: si perde l'ancora alla realtà e ci si lascia plasmare a piacimento.
Usare ciò che serve, nominare ciò che costa, tenere un piede saldo nel reale. Decidere, invece di subire.
La terza via non è un equilibrio comodo, ma una pratica quotidiana: adattarsi senza disancorarsi. Prendere dalla tecnica ciò che ci rende più liberi e capaci, dire ad alta voce ciò che ci toglie, e custodire gli appigli che ci tengono nel reale: le relazioni in carne e ossa, il corpo, il pensiero lento, i fatti verificati. Emanciparsi, in fondo, significa allargare ciò che sappiamo fare e capire, non soltanto ciò che consumiamo.